#sanremo leggo inorridito che Tiziano, il bimbominkia tunz tunz para tunz, quello che canta gracchiando e sillabando, osa interpretare Luigi, al trash non v’è limite nei media italioti,
a questa stregua meglio Gigi prima maniera, quando duettava con l’immensa Lara….
proprio vi hanno lobotomizzato persino il buon gusto musicale, che pena, l’avete ammazzato due volte….
spero sia una bufala, io, la televisione non la vedo da più di dieci anni…..per mia fortuna!
Ragù alla Romano
tutti gl’ingredienti acquistateli da negozi di fiducia o meglio ancora dagl’allevamenti e coltivazioni di cui vi fidate, lasciate perdere la grande distribuzioni, tanto è tutta roba gonfiata ad antibiotici e droghe chimiche, e soprattutto, gl’imbecilli del bio-eco-compatibile, che basta una pioggia, ed il loro bio, va a farsi benedire e soprattutto non sa di nulla se non di stupidità mentale.
Comprendo che le vostre papille gustative oramai sono abituate al cibo-spazzatura anche per questioni economiche, ma se volete qualche volta strafare, seguite la ricetta, ed armatevi di pazienza e tempo, tanto tempo, la cucina è arte per il palato ed ha i suoi tempi, come tutte le cose di qualità:
le quantità fate un po voi a seconda di quanti siete!
Primo giorno:
– comprare verdure di stagione e fatele bollire, dopodichè fatele soffriggere in padella con aglio, olio e peperoncino moderatamente
– il “brodo” non buttatelo via assassini, ci cucinerete la pasta di grano duro in seguito, lasciate perdere la pasta convenzionale o la pasta integrale, è plastica allo stato puro
– comprare carne di prima scelta (filetto di manzo è l’ideale, se ve lo potete permettere) e ve la fate tritare sotto i vostri occhi dopo che hanno pulito la macchinetta e circa 1,50 metri di salsiccia. [1 kg ragu per 1,50 mt salsiccia, poi le equazioni fatevele voi] il tutto ovviamente sempre dal vostro macellaio di fiducia
– rosolare l’impasto carne/salsiccia (pulita dal budello) in padella con olio, aglio, cipolla, salvia e rosmarino, ed una sfumata di vino rosso. De gustibus, io preferisco i vini fruttati Siculi, voi potete metterci anche il Tavernello
– comprare pomodori dell’orto, se non avete l’orto andate dal vicino che ha l’orto e fatevi dare sti cavolo di pomodori e ve li tagliate fini, ed anche loro rosolati per ben bene in padella fin quando non ottenete un “sugo di pomodoro” degno di questo nome
– sale ovviamente qb ma poco rovina il gusto
lasciate riposare quanto sopra esposto una notte; guai a voi se mettete in frigo qualcosa, perde completamente il sapore, ed io vi taglierei la mano, il tutto deve respirare ed arieggiate leggermente la cucina
Secondo giorno:
– riscaldate a fuoco lentissimo tutto il pentolame vario almeno per un buon quattro ore, ciò non significa che potete fare ciò che volete nel frattempo, ma dovete curare il tutto con amore e bagnare continuamente col “brodo”, altrimenti datevi all’ippica che è meglio
– procedete a cuocere la pasta nel famoso “brodo” e scolatela almeno due minuti prima di ciò che è indicato nella confezione, comunque basta osservare il colore non c’è bisogno di continuare ad assaggiare se è pronta..
– riunite l’insieme in una padella capace e fatela andare per almeno un paio di minuti girando con amore non come se aveste una cazzuola in mano
Sacrilegio mettere su il formaggio, punibile con l’ergastolo!
– se riuscite a cucinare per due giorni senza sporcare e combinare la cucina come se fosse scoppiata la terza guerra mondiale, allora potrete asserire di essere dei cuochi
Buon appetito!
nella terra del vento….
osservai il cielo, doveva essere circa l’una del pomeriggio, ora di scendere in Paese, il frastuono del vento m’impediva di udire i tocchi della campana, esso montava furioso per la valle adiacente, lo sentivi salire da dietro la montagna col suo mugugno imponente nel risalire la cima per poi discendere a cascata per la valle rinforzandosi ed investendo il paese, incuneandosi per i carrugi ruggiva con vigore quasi volesse spazzare via quegl’uomini che avevan osato costruire le loro case a mo’ di sbarramento alla sua corsa,
distavo due ore di cammino per un sentiero scosceso, e con la giara carica di formaggio appena fatto al mio alpeggio, il peso e la forza del vento mi rendeva ogni passo, una fatica immane, imprecavo Dio, sebbene Egli non ne avesse colpa di quella terra montana dura ed aspra battuta continuamente dal vento, in ogni direzione,
man mano che procedevo scendendo per il sentiero i contorni delle case del mio Paese si facevan più chiari e distinti e, quel colore grigio delle pietre, risaltava col contrasto in lontananza dell’azzurro del mare,
vedevo già distintamente la torre franata troneggiare su quel pugno di case povere di contadini muratori, torre che si favoleggiasse fosse in tempi remoti, un faro posto li, visibile per un ampio spettro dal mare, dato che quel paese era situato in un anfiteatro naturale, per proteggere i naviganti di allora dalle incursioni dei Popoli che spadroneggiavano nel Bacino del Mediterraneo,
mi risaltava meglio ora anche il paese posto a mezza costa, appena più in basso del mio, nascosto dalla vista dal mare, i nonni raccontavano fosse un luogo ricchissimo di scambi commerciali, costruito nascosto dalla vista, proprio per favorire il commercio e non essere derubati, ma in verità era povero come il nostro,
ero quasi giunto in paese quando al mugugno del vento si aggiunse un rumore provenire in lontananza, cupo e sordo, nulla di naturale ed usuale da queste parti,
raggiunsi più in fretta che potevo la Chiesa, dove già un gruppetto sparuto si era radunato chiedendosi, che rumore fosse mai, così forte, da sovrastare man mano l’impetuoso e flagellante vento,
aguzzavamo la vista scandagliando la valle in cerca del rumore ed ad un tratto si fece chiara la motivazione di quel rumore, era una colonna di carri che risaliva la valle, sembrava un serpente che si snodava per l’unica strada che aveva accesso al nostro Paese in vetta,
aveva in se un chè di terribile e funesto, sapevamo che eravamo in guerra, ma appariva così lontana quasi come se non ci riguardasse a noi contadini sperduti in quella valle, dimenticata da tutto e tutti,
in un attimo furono all’imboccatura del paese, i camion non potevano passare, il passaggio era troppo stretto, e comunque la strada finiva li, li da noi,
scesero dai camion, sbraitavano in una lingua incomprensibile, e cominciarono a rastrellare le nostre poche case per radunarci sul piccolo piazzale antistante la Chiesa, le donne ed i bambini dalla parte che guardava giù a valle e gl’uomini dalla parte che dava verso la montagna,
non capivamo, eravamo paralazziti dal terrore, non comprendavamo cosa volessero da noi, non avevamo nulla da offrire e tanto meno ricchezze, perchè dunque erano giunti fino a noi, non riuscivamo proprio a vedere una ragione di quell’odio, di quella brutale violenza, contro chi neanche conoscevano,
mi domandai quindi, stretto nella mia angoscia, come si poteva combattere delle guerre decise da altri, come poteva l’uomo divenire cosi malvagio fomentato da altri,
ad un tratto un uomo tento la fuga, corse verso la montagna, rapido e velocissimo, un soldato si appostò, prese bene la mira col suo fucile ed attese, lo osservai negl’occhi era a pochi passi da me, era uno sguardo di un uomo costretto che ancora non era caduto nell’abitudine dell’orrore ed all’insano piacere del far del male, nella follia degenerativa nella quale si cade probabilmente per salvaguardare la propria coscienza e prender coraggio della viltà dell’uccisione di un altro essere umano,
partì un colpo,
lo fissai nuovamente e compresi che era un abile cecchino, avrebbe potuto ammazzarlo, ma gli sparò alle gambe, sbagliò apposta, solo perchè aveva il suo comandante che lo osservava aizzandolo con cieca e furibonda rabbia, lui non avrebbe mai ammazzato da codardo, trovò la scusa del vento forte,
guardai meglio quei soldati e tra loro vidi molti che facevano quel che facevano perchè obbligati, avevano le lacrime agl’occhi, non riuscivano a compiere gesti di gratuita violenza,
trascorsero circa due ore in balia loro,
nelle prime case del paese appiccarono il fuoco, ci stringemmo forte uno all’altro, dimentincando antichi dissapori, erano tutto ciò che avevamo,
ad un tratto il vento cessò di spirare, si radunarono, il comandante impartì un ordine, e s’affrettarono a raggiungere i camion, noi eravamo impietriti non osavamo muoverci dalle mura di quella Chiesa, non volevamo guardare, volevamo solo sperare che ci lasciassero in pace,
i camion gofamente fecero manovra e lentamente presero ad allontanarsi dal Paese,
noi rimanemmo fermi a lungo, increduli,
la povertà c’aveva salvato,
il vento ritornò a soffiare……
libera interpretazione (attinente alla realtà delle narrazioni) di racconti a me pervenuti da soldati e civili delle due guerre mondiali in Italia, Austria e Germania
Rdl
“Learn from yesterday, live for today, hope for tomorrow. The important thing is not to stop questioning.”Albert Einstein (1879-1955), dt.-amerik. Physiker (Relativitätstheorie), 1921 Nobelpr.
http://www.umbriadomani.it
@SM_Difesa @MiBACT #sismacentroitalia recupero opere d’arte #esercitoitaliano
NORCIA – Mentre nella tensostruttura di Frascaro, la piccola frazione del comune di Norcia – gravemente ferita dal sisma del 30 ottobre 2016 – risuonavano i coinvolgenti canti Gospel del associazione culturale ONE VOICE la task force dell’8° reggimento Folgore – MIBACT, coordinati dal tenente Barbara Caranza, esperta in beni culturali, continuava tra le macerie della chiesa di Sant’Antonio Abate le operazioni di recupero degli arredi sacri e dei beni culturali.
La preziosa opera dell’Esercito – in collaborazione con i Vigili del Fuoco e i carabinieri del nucleo tutela del patrimonio, sotto la supervisione della Soprintendenza ai beni culturali – ha permesso di recuperare, in modo particolare, una statua del Cinquecento, raffigurante una Madonna in trono col Bambino in legno dorato.
Le operazioni di recupero, sono state sollecitate dall’associazione no profit ‘Per il sentiero del silenzio da Frascaro a Norcia” sorta dopo gli eventi sismici con “l’obiettivo – spiega la presidente Angela Rita Cataldi – di raccogliere fondi per contribuire alla ricostruzione della chiesa di Sant’Antonio Abate e della chiesa della Madonna della Cona, nonché di attuare un’azione continuativa finalizzata alla tutela e valorizzazione del territorio di Frascaro”. Per le donazioni è stato istituito un apposito codice IBAN (IT98A0570438580000000155400 presso Banca Popolare di Spoleto – Agenzia Norcia) mentre per le informazioni è stata creata una pagina facebook ed un giornalino on-line. Tutta la comunità, formata da circa cento persone, ha espresso il desiderio e la decisa volontà – intrisa di coraggio, determinazione e speranza – di far risorgere dalle macerie Frascaro.
Quanto al ruolo dell’Esercito nel recupero dei beni culturali va detto che in seguito al sisma del 30 ottobre Ministero della Difesa e MIBACT (Ministero dei beni e delle attività culturali) hanno costituito la task force MIBACT formata da circa 70 elementi che quotidianamente operano in tutte le zone colpite dal sisma per il recupero dei beni culturali avendo come base La Muccia nelle Marche. La Task Force MIBACT nei giorni scorsi ha svolto anche delle ricognizioni per controllare lo stato delle coperture provvisorie, delle opere d’arte danneggiate dal sisma, messe a dura prova dalle abbondanti nevicate. La Task Force MiBACT è costituita da militari del genio guastatori e da militari della riserva reclutati tra qualificati esperti della materia, come restauratori specializzati nella protezione dei beni culturali in area di crisi. Particolarmente sofisticata è la strumentazione tecnologia (georadar utilizzati anche nei teatri di guerra per l’individuazione delle mine) di cui è dotata questa task force che interviene sulla base di una pianificazione decisa dalla DICOMAC della Protezione Civile, con la supervisione di esperti e tecnici del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.
PRENDETEVI 5 MINUTI X LEGGERE LA LETTERA DI QUESTO RAGAZZO.. GRAZIE
– Con questa lettera un trentenne friulano ha detto addio alla vita. Si è ucciso stanco del precariato professionale e accusa chi ha tradito la sua generazione, lasciandola senza prospettive. La lettera viene resa nota per volontà dei genitori (e pubblicata sul Messaggero Veneto) perché questa denuncia non cada nel vuoto.
“Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.
Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.
Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.
A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.
Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.
Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.
Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.
Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.
Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi.
Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.
Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.
Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.
Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.
P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi
Ho resistito finché ho potuto”
Viaggio di un Volontario
erano trascorsi pochi giorni da quel terribile messaggio ricevuto in piena notte da una mia amica de L’Aquila, nel quale sinteticamente nella freddezza di tale tipo di comunicazioni, recitava “terremoto, abbiamo perso tutto, tutto distrutto”, che squillò il mio cellulare. Risposi, anche se riottoso quando leggo numeri a me non noti, ma ero incuriosito, la telefonata arrivava da Roma. Subito dopo il terribile messaggio mi ero subito messo in moto, inviando per e-mail la mia disponibilità ed il mio curriculum ai Ministeri Competenti ed ad un Partito che si era fatto paladino e tramite in questa tragedia, ma mai mi sarei atteso d’essere chiamato. Una voce femminile mi convocava da li a pochi giorni alla Guardia di Finanza di Coppito, per un periodi di una settimana, come volontario con la qualifica di aiuto generale. Risposi si certamente sobbalzando; mi metteva leggera ansia e titubanza, pensavo alla mia preparazione e mi chiedevo se sarei mai stato all’altezza di un simile incarico. Si, avevo ricevuto una preparazione non indifferente ed avevo anni di pratica in Protezione Civile e spesso nella mia vita, mi ero trovato ad affrontare situazioni d’emergenza ed avevo un bagaglio culturale ed umano di spessore, ma percepivo tutto come una “cosa” più grande di me.
Non sapevo ancora che quella settimana si sarebbe trasformata in una permanenza di quattro mesi filati a L’Aquila.
Giunsi alla Stazione Ferroviaria di Milano Centrale, che sembravo più un profugo che un volontario, con la mia valigia gialla ed il mio zaino. Salii sul treno per Pescara con quella sensazione tipica di quando ti senti che la vita ti sta preparando una sfida, dalla quale non potrai esimiarti dal vivere con tutto te stesso comunque vada.
Mi era sempre piaciuto viaggiare, osservare il mondo dal finestrino, era la mia televisione, mi faceva tornare con la mente a quando ero bimbo che mi affascinavo alle letture di Verne, Salgari, Kipling, London e rappresentavo nella mia immaginazione proiettandole in prima persona, sui paesaggi che mi scorrevano veloci davanti ai miei occhi del pigro e monotono paesaggio della Val Padana.
Mentre ero in viaggio per lo stivale perso nei miei pensieri grevi, mi assalivano tutti i dubbi so ciò che avrei trovato e dovuto affrontare, e comparavo mentalmente le varie situazioni di pericolo ripassando le procedure da adottare, ed intanto pensavo a come avrei reagito davanti alla sofferenza delle persone davanti ad una calamità di tale portata. Ne avevo visto e vissute troppe, ed anche se mi ero oramai assuefatto al dolore e sofferenza, c’era qualcosa che mi attanagliava, percepivo che c’era “qualcosa” che mi attendeva e che mi avrebbe messo duramente alla prova. Sinceramente ripensavo al fatto inoltre che non ero proprio un giovanotto, 47 anni suonati, e che le tragedie familiari e finanziarie che mi avevano colpito, mi avevano indebolito e non volevo che questo costituisse pregiudizievole quando mi sarei trovato davanti al dolore delle persone. Dovevo vestirmi d’integrità ed energia positiva, dovevo tirar fuori il mio carattere forte ed energico, la mia assoluta calma nell’affrontare le situazioni più disparate, la mia empatia e perché no il mio lato istrionico e leggermente folle.
Nel frattempo giunsi a Pescara e mi attardai al binario della coincidenza per L’Aquila, respirando quell’aria così diversa dalla mia Milano, e pensando che ad un centinaio di chilometri da dov’ero si erano scatenate le forze della natura. Scambiai qualche parola con un altro viaggiatore in attesa sulla banchina, di chissà quale altro treno per quale altra destinazione, menzionando la Città de L’Aquila; fui subito avvicinato da tre Agenti della Polizia, i quali avendo sentito il nome L’Aquila, ed avendo soppesato la mia persona, si allarmarono; insomma sono un uomo imponente che con i suoi capelli lunghi ed accenno di barba, si fa presto, nell’immaginario collettivo, a scambiare per un sovversivo. Spiegai loro che non ero un sovversivo ma un semplice volontario e mostrai loro l’invito del Ministero a L’Aquila. Si scusarono gentilmente, con cortesia tipica della semplicità di giudizio di uomini lontani anni luci dal fermento poliedrico delle grandi metropoli tentacolari, accomiatandosi calorosamente.
Salii sul treno per L’Aquila e di colpo fui proiettato in atmosfere lontanissime di storie e passati che solo le atmosfere dell’Appennino Centrale potevano donare al viaggiatore in sospensione atemporale. Era un vecchio treno composto da due vagoni alimentato a gasolio, che fatti quattro calcoli “spannometrici” risaliva agl’anni della mia nascita se non prima. L’odore acre del legno del suo arredamento misto alla puzza terribile delle nuvole della combustione del motore che entrava dai finestrini, mi ricordava l’odore dei treni e degl’autobus che prendevo da piccino per andare a scuola e che detestavo, poiché quegl’odori sgradevoli ti si appiccicavano addosso trasformandoti in un’arma chimica di distruzione di massa ad alto potenziale.
Il treno s’inerpicava per quelle gole e paesaggi lunari tipici dell’Abruzzo, con disinvoltura anche se il cambio di marcia del macchinista tra la seconda e la terza, aveva un che di sospensione mistica nel tempo; non so perchè lasciasse trascorrere diversi secondi tra il cambio delle due marcie del motore, ma la sensazione che traspariva di quell’intervallo tra le marcie, ti lasciava una sgradevole sensazione d’impossibilità. La sensazione di disagio e di timore t’assaliva soprattutto quando il treno era in galleria; ti veniva desiderio di scendere e spingerlo per dargli coraggio, pur di passare l’oscurità delle gallerie. Era sinistra quella pausa meccanica, mi ricordava le mie crisi asmatiche notturne da bambino, quegli spazi infiniti di nulla tra un respiro affannoso e l’altro.
Giungemmo nella Valle dell’Aterno, luogo di incomparabile bellezza naturalistica e paesaggistica intriso di storia e che emana nella sua essenza rude e brulla una forza spirituale e mistica percepibile con tutti i sensi a tua disposizione. Comincia a vedere dal finestrino del treno i primi danni causati dal terremoto e mi assali una commozione incontenibile, per fortuna ero solo nel vagone e quindi non dovevo mantenere un contegno adeguato alla mia funzione, e mi abbandonai alle mie sensazioni; piansi a frotte, le lacrime scendevano incontrollabili. Mi erano naturali pensieri sull’infinita piccolezza di questo stupido essere bipede definito umano di fronte all’indomabile potenza distruttiva e rigeneratrice della natura, che lo stolto umano arrogantemente pensa sempre di controllare e modificare, e facevo mio interiorizzandolo il pathos del dolore e della sofferenza che provavano quelle genti davanti a quel massacro. Umanamente nella mia infinita piccolezza pensavo nel mio essere ateo a Dio e rivolgevo a Lui con l’incoerenza tipica umanoide quando si è di fronte alla morte e distruzione, le mie invettive del perchè dobbiamo vivere nel naturale dolore e privazione. Fondamentalmente Lui non c’entra proprio nulla con l’umana sofferenza ma dovevo aggrapparmi a qualcosa, dare un senso a ciò che un senso non ha.
Man mano che ci avvicinavamo a L’Aquila la distruzione era ben visibile e quantificabile, mi venne una morsa allo stomaco che mi lascio impietrito davanti a quello spettacolo terrificante.
Mi rivestii immediatamente del vestito del volontario sfoderando un sorriso bonario e generoso scendendo dal treno ed abbracciando la mia amica che mi era venuta a prendere alla stazione per accompagnarmi alla Guardia di Finanza. I suoi racconti di disperazione, paura ed angoscia di madre che aveva perso tutto incorniciati in un paesaggio apocalittico di distruzione, mentre procedevamo a rilento per le strade Aquilane, se da un lato mi provocavano una profonda tristezza ed amarezza, dall’altro mi fornivano la motivazione per rendermi ancora più forte e disponibile con tutto me stesso a portare conforto e supporto. Conoscevo il dolore e la disperazione, l’avevo vissuta sulle mie spalle nella mia vita, sapevo come affrontarla.
Non me ne resi quasi conto che fui assorbito immediatamente dalla frenetica vita del volontario ed essendo un “giurassico” in mezzo a tanti giovani, mi presero un pò come un padre. Erano giovani per lo più locali, persone meravigliose e squisite; in particolare una studentessa mi si affezionò, e per tutta la durata della mia permanenza mi fece da Cicerone con grandissima competenza storica e culturale. Mi fece conoscere una Regione fin nei suoi luoghi più remoti e nascosti, di rara bellezza, tanto che nominai dentro di me l’Abruzzo, il paesaggio dell’essenza della mia anima.
Conobbi Cristo, non quel poveraccio nudo messo su di una croce in bella vista in Chiesa per l’adorazione dei suoi Fedeli che ammiri da lontano al quale affidi le tue umane pene come se Lui stesso non ne avesse avuto a sufficienza di uno dei più violenti e vigliacchi pubblici ludibri al quale fu sottoposto da questi umani; lo abbracciai, me lo misi sulle spalle e lo trascinai lentamente fuori dalla Chiesa diroccata, attento a non ferirlo tra le macerie, lo posi delicatamente sul selciato antistante la Chiesa, e cominciai a toccare, pulire ed imballare quelle nudità ferite e tradite…..
Seguirà…….
Romano De Leo
i pazzi visionari come il sottoscritto, così venivano definiti coloro che fantasticavano e teorizzavano i cambiamenti mondiali dell’umanità, in base oltre tutto ad una solida conoscenza dei cicli storici delle nostre civiltà, proponevano proiezioni futuristiche, chi tramandandole a voce, chi scrivendo libri e chi producendo i primi film di fantascienza.
Già negl’anni ’70 molti film teorizzavano quello che sarebbe stato il nostro futuro, ovverossia il nostro presente attuale, e, devo ammettere, non hanno sbagliato per nulla.
Spero altresì che coloro i quali si spinsero fino al 2050 rappresentando un ciclo di 100 anni di sviluppo sociale civile, abbiano sbagliato, me compreso, altrimenti saranno vere e proprie barbarie e controllo sociale ove verranno a mancare totalmente le elementari basi di libertà individuale.
#migranti e #profughi – sempre per coloro che la Storia se la sono dimentica, apposta naturalmente, vorrei far notare che da quando l’Europeo mise piede nelle Americhe, in Africa, in Medio-Oriente e nelle Indie, ha saccheggiatto, ridotto in schiavitù, torturato e mutilato, indotto in miseria e povertà ed ha sterminato intiere popolazioni a decine di milioni per volta, in nome di Dio e del Dio Danaro.
Non paghi, per lavarsi i sensi di colpa, hanno cominciato ad aiutare questi Paesi che prima avevano martoriato, per alleviare i loro stati di povertà, con la conclusione che il 95% delle Associazioni, Fondazioni ed Istituti Mondiali siano essi Laici od Ecclesiastici, non solo non hanno risolto proprio nulla, ma si sono arrichiti, nuovamente alle spalle di questi.
Se qcostoro sono un attimo incazzati, fatevi un bel’esame di coscienza storica