nella terra del vento….
osservai il cielo, doveva essere circa l’una del pomeriggio, ora di scendere in Paese, il frastuono del vento m’impediva di udire i tocchi della campana, esso montava furioso per la valle adiacente, lo sentivi salire da dietro la montagna col suo mugugno imponente nel risalire la cima per poi discendere a cascata per la valle rinforzandosi ed investendo il paese, incuneandosi per i carrugi ruggiva con vigore quasi volesse spazzare via quegl’uomini che avevan osato costruire le loro case a mo’ di sbarramento alla sua corsa,
distavo due ore di cammino per un sentiero scosceso, e con la giara carica di formaggio appena fatto al mio alpeggio, il peso e la forza del vento mi rendeva ogni passo, una fatica immane, imprecavo Dio, sebbene Egli non ne avesse colpa di quella terra montana dura ed aspra battuta continuamente dal vento, in ogni direzione,
man mano che procedevo scendendo per il sentiero i contorni delle case del mio Paese si facevan più chiari e distinti e, quel colore grigio delle pietre, risaltava col contrasto in lontananza dell’azzurro del mare,
vedevo già distintamente la torre franata troneggiare su quel pugno di case povere di contadini muratori, torre che si favoleggiasse fosse in tempi remoti, un faro posto li, visibile per un ampio spettro dal mare, dato che quel paese era situato in un anfiteatro naturale, per proteggere i naviganti di allora dalle incursioni dei Popoli che spadroneggiavano nel Bacino del Mediterraneo,
mi risaltava meglio ora anche il paese posto a mezza costa, appena più in basso del mio, nascosto dalla vista dal mare, i nonni raccontavano fosse un luogo ricchissimo di scambi commerciali, costruito nascosto dalla vista, proprio per favorire il commercio e non essere derubati, ma in verità era povero come il nostro,
ero quasi giunto in paese quando al mugugno del vento si aggiunse un rumore provenire in lontananza, cupo e sordo, nulla di naturale ed usuale da queste parti,
raggiunsi più in fretta che potevo la Chiesa, dove già un gruppetto sparuto si era radunato chiedendosi, che rumore fosse mai, così forte, da sovrastare man mano l’impetuoso e flagellante vento,
aguzzavamo la vista scandagliando la valle in cerca del rumore ed ad un tratto si fece chiara la motivazione di quel rumore, era una colonna di carri che risaliva la valle, sembrava un serpente che si snodava per l’unica strada che aveva accesso al nostro Paese in vetta,
aveva in se un chè di terribile e funesto, sapevamo che eravamo in guerra, ma appariva così lontana quasi come se non ci riguardasse a noi contadini sperduti in quella valle, dimenticata da tutto e tutti,
in un attimo furono all’imboccatura del paese, i camion non potevano passare, il passaggio era troppo stretto, e comunque la strada finiva li, li da noi,
scesero dai camion, sbraitavano in una lingua incomprensibile, e cominciarono a rastrellare le nostre poche case per radunarci sul piccolo piazzale antistante la Chiesa, le donne ed i bambini dalla parte che guardava giù a valle e gl’uomini dalla parte che dava verso la montagna,
non capivamo, eravamo paralazziti dal terrore, non comprendavamo cosa volessero da noi, non avevamo nulla da offrire e tanto meno ricchezze, perchè dunque erano giunti fino a noi, non riuscivamo proprio a vedere una ragione di quell’odio, di quella brutale violenza, contro chi neanche conoscevano,
mi domandai quindi, stretto nella mia angoscia, come si poteva combattere delle guerre decise da altri, come poteva l’uomo divenire cosi malvagio fomentato da altri,
ad un tratto un uomo tento la fuga, corse verso la montagna, rapido e velocissimo, un soldato si appostò, prese bene la mira col suo fucile ed attese, lo osservai negl’occhi era a pochi passi da me, era uno sguardo di un uomo costretto che ancora non era caduto nell’abitudine dell’orrore ed all’insano piacere del far del male, nella follia degenerativa nella quale si cade probabilmente per salvaguardare la propria coscienza e prender coraggio della viltà dell’uccisione di un altro essere umano,
partì un colpo,
lo fissai nuovamente e compresi che era un abile cecchino, avrebbe potuto ammazzarlo, ma gli sparò alle gambe, sbagliò apposta, solo perchè aveva il suo comandante che lo osservava aizzandolo con cieca e furibonda rabbia, lui non avrebbe mai ammazzato da codardo, trovò la scusa del vento forte,
guardai meglio quei soldati e tra loro vidi molti che facevano quel che facevano perchè obbligati, avevano le lacrime agl’occhi, non riuscivano a compiere gesti di gratuita violenza,
trascorsero circa due ore in balia loro,
nelle prime case del paese appiccarono il fuoco, ci stringemmo forte uno all’altro, dimentincando antichi dissapori, erano tutto ciò che avevamo,
ad un tratto il vento cessò di spirare, si radunarono, il comandante impartì un ordine, e s’affrettarono a raggiungere i camion, noi eravamo impietriti non osavamo muoverci dalle mura di quella Chiesa, non volevamo guardare, volevamo solo sperare che ci lasciassero in pace,
i camion gofamente fecero manovra e lentamente presero ad allontanarsi dal Paese,
noi rimanemmo fermi a lungo, increduli,
la povertà c’aveva salvato,
il vento ritornò a soffiare……

libera interpretazione (attinente alla realtà delle narrazioni) di racconti a me pervenuti da soldati e civili delle due guerre mondiali in Italia, Austria e Germania
Rdl


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Published by Romano De Leo

introvert, nonconformist, asocial, solitary, medium-high culture, I hate hypocrisy and bigotry, lover of classical and baroque music. Bach über alles!

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