La povertá é uno stato degenerativo del sistema della nostra architettura sociale, nota per la sua stoltezza e disumanitá.
Sono molteplici gli stati di povertá tanto quanto le cause ad esse ascritte, ma ció che lascia sempre piú perplessi e basiti, é la completa indifferenza, specialmente nel nostro Paese Cattolico, non solo da parte delle Istituzioni, che oramai son sempre piú distanti dalla realtá del Paese, ma da parte della stessa Chiesa e dai suoi accoliti, ma ció che lascia stupiti é la generale indifferenza del Popolo.
Vero é che per cultura e stereotipi derivanti dalla stessa, la povertá é considerata come una disabilitá sociale, alla quale si abbina non solo la povertá materiale, ma la si veste di buie superstizioni popolari, facendo si che, l´essere umano in questione, sia giudicato un reietto a tutti gl´effetti, un fenomeno da baraccone, al quale proiettare tutte le nostre piú profonde paure.
Da quando son divenuto io stesso povero, quindi senza casa e senza reddito, ho avuto ed ho moltissimo tempo a mia disposizione, e, grazie al fatto di avere ricevuto un´educazione e cultura decisamente superiore alla media, ho convertito il mio status degenerativo, in una fucina e palestra di osservazioni della specie umana. Se ne potrebbe scrivere e descrivere praticamente all´infinito, ma mi limito a brevi osservazioni a carattere generale.
Certo, io, a differenza di altri “poveri”, sebbene ovviamente la mancanza di mezzi porti inevitabilmente a crolli psicologici, soprattutto quando sei in modo vanesio attaccato al materiale al fine di supplire le proprie manchevolezze strutturali e spirituali, derivanti da un´impostazione sociale di omogeneizzazione e standardizzazione delle masse, ho avuto due immense fortune:
la prima consiste nell´avere un amico il quale ti sostiene e supporta e la seconda, ripeto ció che ho scritto all´inizio dell´articolo, é la capacitá di reinventarsi interiormente, svestendo le vestigia di sfarzi propinati dai media alla borghesia ed al Cittadino medio, e lasciare che la propria anima e mente, facciano pace con se stessi.
Ho conosciuto in questi anni di indigenza molti poveri, autoctoni, di svariate razze e religioni, ma ció che mi ha impressionato maggiormente, a parte la cieca e bieca disumanitá con la quale son trattati dalla societá, é il fatto, che essendo privi di cultura, insistono nel loro psico-dramma, restringendo la loro visuale del mondo a pure e semplici basilirari necessitá, per lo piú corporee. Si potrebbe obbiettare giustamente che chi é povero dalla nascita non ha avuto le possibilitá di studiare o ricevere un´educazione sufficiente, quindi non ha gli strumenti intellettuali ed interiori per potersi “reinventare”, ma la stragrande maggioranza dei poveri da me conosciuti, son esseri umani, che hanno cultura ed educazioni tali, da consentirgli il “reincentarsi”.
Il problema consiste negli stati di prostrazione psicologica e fisica nei quali si cade, poiché, per cultura sociale, chi non ha mezzi materiali, é conseguentemente una nullitá, e viene coerentemente trattato, dai “normali”, come fenomeno da baraccone al quale, quando va bene, lanciargli una banana.
Concludendo questa mia breve dissertazione sulla povertá, ritengo la vera povertá, quella becera laida e sordida, non quella delle privazioni materiali, ma bensí quella della totale mancanza di strumenti intellettuali, morali, interiori ed umani, del cosidetto “normale”.
Pacifici, non temiate, non vi spuntiamo fuori dal sotto il letto, tornate pure davanti alla vostra televisione……