Estratto:


Donna di Porto pim
Una storia

[…] Le murene si pescano la sera,
quando cresce la luna, e per chiamarle
si usava una canzone che non aveva
parole: era un canto, una melodia
prima bassa e languida e poi acuta,
non ho più sentito un canto con tanta
pena, sembrava che venisse dal fondo
del mare o da anime perdute nella
notte, era un canto antico come le
nostre isole, ora non lo conosce più
nessuno, si è perduto, e forse è
meglio così perché aveva con sé una
maledizione o un destino, come una
magia. Mio padre usciva con la barca,
era notte, muoveva i remi piano, a
perpendicolo, per non fare rumore, e
noi altri, i miei fratelli e mia
madre, ci sedevamo sulla falesia e
cominciavamo il canto. C’erano volte
che gli altri tacevano e volevano che
chiamassi io, perché dicevano che la
mia voce era melodiosa come
nessun’altra e che le murene non
resistevano. Non credo che la mia voce
fosse migliore di quella degli altri:
volevano che cantassi io solo perché
ero il più giovane e si diceva che le
murene amano le voci chiare. […] 
…mio padre avrebbe
voluto che mi sposassi, perché una
casa senza una donna non è una vera
casa. Ma io avevo venticinque anni e
mi piaceva giocare all’amore, tutte le
domeniche scendevo al porto e cambiavo
innamorata, in Europa era tempo di
guerra e nelle Azzorre la gente andava
e veniva, ogni giorno una nave
attraccava qui o altrove, e a Porto
Pim si parlavano tutte le lingua.
La incontrai una domenica sul porto.
Vestiva di bianco, aveva le spalle
nude e portava un cappello di trina.
Sembrava scesa da un quadro e non da
una di quelle navi cariche di persone
che fuggivano nelle Americhe. La
guardai a lungo e anche lei mi guardò.
è strano come l’amore può entrare
dentro di noi. In me entrò col notare
due piccole rughe accennate che aveva
intorno agli occhi e pensai così: non
è più tanto giovane. Pensai così
perché forse a quel ragazzo che ero
una donna matura sembrava più vecchia
della sua età reale. Che aveva poco
più di trenta anni lo seppi solo molto
più tardi, quando sapere la sua età
non serviva più a niente. Le detti il
buongiorno e le chiesi se potevo
esserle utile. Mi indicò la valigia
che stava ai suoi piedi. Portala al
Bote, mi disse nella mia lingua. Il
Bote non è un luogo per signore,
dissi io. Io non sono una signora,
rispose, sono la nuova padrona.
La domenica seguente scesi di nuovo
in città. Il Bote a quei tempi era un
locale strano, non era esattamente una
locanda per pescatori e io vi ero
entrato solo una volta. Sapevo che
c’erano due separé sul retro dove
dicevano che si giocava di denaro, e
la stanza del bar aveva una volta
bassa, con una specchiera arabescata e
i tavolini di legno di fico. I clienti
erano tutti stranieri, pareva che
fossero tutti in vacanza, in realtà
passavano la giornata a spiarsi,
ciascuno fingendo di essere di un
paese che non era il suo, e negli
intervalli giocavano a carte. Faial,
in quegli anni, era un luogo
incredibile. Dietro al bancone c’era
un canadese basso, con le basette a
punta, si chiamava Denis e parlava il
portoghese come quelli di Cabo Verde,
lo conoscevo perché il sabato veniva
al porto a comprare il pesce, al Bote
si poteva cenare, la domenica sera. Fu
lui che poi mi insegnò l’inglese.
Vorrei parlare con la padrona,
dissi. La signora viene solo dopo le
otto, rispose con superiorità. Mi
sedetti a un tavolo e ordinai la cena.
Verso le nove lei entrò, c’erano altri
avventori, mi vide e mi fece un saluto
distratto, e poi si sedette a un
angolo dove c’era un vecchio signore
coi baffi bianchi. Solo allora sentii
quanto fosse bella, di una bellezza
che mi faceva bruciare le tempie, era
questo che mi aveva portato lì, ma
fino a quel momento non ero riuscito a
capirlo con esattezza. E in quel
momento ciò che capivo mi si ordinò
dentro con chiarezza e mi dette quasi
una vertigine. Passai la sera a
fissarla, coi pugni appoggiati alle
tempie, e quando uscì la seguii a
distanza. Lei camminava leggera, senza
voltarsi, come chi non si preoccupa di
essere seguito, attraversò la porta
della muraglia di Porto Pim e cominciò
a discendere la baia. Dall’altra parte
del golfo, dove termina il
promontorio, isolata fra le rocce, fra
un canneto e una palma, c’è una casa
di pietra. Forse l’hai già notata, ora
è una casa disabitata e le finestre
sono cadenti, ha qualcosa di sinistro,
un giorno o l’altro crollerà il tetto,
se non è già crollato. Lei abitava là,
ma allora era una casa bianca con
riquadri azzurri su porte e finestre.
Entrò e chiuse la porta e la luce si
spense. Io mi sedetti su uno scoglio e
aspettai. A metà della notte si accese
una finestra, lei si affacciò e io la
guardai. Le notti sono silenziose a
Porto Pim, basta sussurrare nel buio
per sentirsi a distanza. Lasciami
entrare, la supplicai. Lei chiuse la
persiana e spense la luce. La luna
stava sorgendo, con un velo rosso di
luna d’estate. Sentivo uno
struggimento, l’acqua sciabordava
attorno a me, tutto era così intenso e
così irraggiungibile, e mi ricordai di
quando ero bambino e la notte chiamavo
le murene dalla falesia: e allora mi
dette una fantasia, non seppi
trattenermi, e cominciai a cantare
quel canto. Lo cantai piano piano,
come un lamento o una supplica, con
una mano all’orecchio per guidare la
voce. Poco dopo la porta si aprì e io
entrai nel buio della casa e mi trovai
fra le sue braccia. Mi chiamo
Yeborath, disse soltanto.
Tu lo sai cos’è il tradimento? Il
tradimento, quello vero, è quando
senti vergogna e vorresti essere un
altro. Io avrei voluto essere un altro
quando andai a salutare mio padre e i
suoi occhi mi seguivano mentre
fasciavo l’arpione con la tela cerata
e lo appendevo a un chiodo di cucina e
mi mettevo a tracolla la viola che mi
aveva regalato per i miei vent’anni.
Ho deciso di cambiare mestiere, dissi
rapidamente, vado a cantare in un
locale di Porto Pim, verrò a trovarti
il sabato. E invece quel sabato non
andai, e nemmeno il sabato seguente, e
mentendo a me stesso mi dicevo che
sarei andato il sabato venturo. E così
venne l’autunno, e passò l’inverno, e
io cantavo. Facevo anche altri piccoli
lavori, perché a volte certi avventori
bevevano troppo e per sorreggerli o
cacciarli era necessario un braccio
robusto che Denis non possedeva. E poi
ascoltavo quello che dicevano gli
avventori che fingevano di stare in
vacanza, è facile ascoltare le
confidenze degli altri quando si è
cantante di taverna, e come vedi è
anche facile farne. Lei mi aspettava
nella casa di Porto Pim e ormai non
dovevo più bussare. Io le chiedevo:
chi sei, da dove vieni?, perché non
andiamo via da questi individui
assurdi che fanno finta di giocare a
carte, voglio stare con te per sempre.
Lei rideva e mi lasciava intendere la
ragione di quella sua vita, e mi
diceva: aspetta ancora un po’ e ce ne
andremo insieme, devi fidarti di me,
di più non posso dirti. Poi si metteva
nuda alla finestra e guardava la luna
e mi diceva: canta il tuo richiamo, ma
sottovoce. E mentre io cantavo mi
chiedeva che la amassi, e io la
prendevo in piedi, appoggiata al
davanzale, mentre lei guardava la
notte come se aspettasse qualcosa.
Successe il dieci di agosto. Per San
Lorenzo il cielo è pieno di stelle
cadenti, ne contai tredici tornando a
casa. Trovai la porta chiusa, e io
bussai. Poi bussai di nuovo, con più
forza, perché la luce era accesa. Lei
mi aprì e restò sulla porta, ma io la
scostai con un braccio. Parto domani,
disse, la persona che aspettavo è
tornata. Sorrideva come se mi
ringraziasse, e chissà perché pensai
che pensava al mio canto. In fondo
alla stanza una figura si mosse. Era
un uomo anziano e si stava vestendo.
Che cosa vuole?, le chiese in quella
lingua che io ora capivo. è ubriaco,
disse lei, una volta faceva il
baleniere ma ha lasciato l’arpione per
la viola, durante la tua assenza mi ha
fatto da servo. Mandalo via, disse lui
senza guardarmi.
C’era un riflesso chiaro sulla baia
di Porto Pim. Percorsi il golfo come
se fosse un sogno, quando ci si trova
subito all’altra estremità del
paesaggio. Non pensai a niente, perché
non volevo pensare. La casa di mio
padre era spenta, perché lui si
coricava presto. Ma non dormiva, come
spesso succede ai vecchi che giacciono
immobili nel buio come se fosse una
forma di sonno. Entrai senza accendere
il lume, ma lui mi sentì. Sei tornato,
mormorò. Io andai alla parete di fondo
e staccai il mio arpione. Mi muovevo
alla luce della luna. Non si va alle
balene a quest’ora di notte, disse lui
dal suo giaciglio. è una murena,
dissi io. Non so se capì cosa volevo
dire, ma non replicò e non si mosse.
Mi parve che mi facesse un segno di
saluto con la mano, ma forse fu la mia
immaginazione o un gioco d’ombra della
penombra. Non l’ho più rivisto, morì
molto prima che scontassi la mia pena.
Anche mio fratello non l’ho più
rivisto. L’anno scorso mi è arrivata
una sua fotografia, è un uomo grasso
coi capelli bianchi circondato da un
gruppo di sconosciuti che devono
essere i figli e le nuore, sono seduti
sulla veranda di una casa di legno e i
colori sono esagerati come nelle
cartoline. Mi diceva che se volevo
andare da lui, là c’è lavoro per tutti
e la vita è facile. Mi è parso quasi
buffo. Cosa vuol dire una vita facile,
quando la vita è già stata?
E se tu ti trattieni ancora un po’ e
la voce non si incrina, stasera ti
canterò la melodia che segnò il
destino di questa mia vita. Non l’ho
più cantata da trent’anni e può darsi
che la voce non regga. Non so perché
lo faccio, la regalo a quella donna
dal collo lungo e alla forza che ha un
viso di affiorare in un altro, e
questo forse mi ha toccato una corda.
E a te, italiano, che vieni qui tutte
le sere e si vede che sei avido di
storie vere per farne carta, ti regalo
questa storia che hai sentito. Puoi
anche mettere il nome di chi te l’ha
raccontata, ma non quello con cui mi
conoscono in questa bettola, che è un
nome per i turisti di passaggio.
Scrivi che questa è la vera storia di
Lucas Eduino, che uccise con l’arpione
la donna che aveva creduto sua, a
Porto Pim.
Ah, su una sola cosa lei non mi
aveva mentito, lo scopersi al
processo. Si chiamava davvero
Yeborath. Se questo può contare
qualcosa.

Antonio Tabucchi, Donna di Porto pim e altre storie – Sellerio

se gli #extraterrestri#alieni#ufo fossero precedenti evoluzioni della specie umana, evolutosi nel l´habitat ospitante, e noi fossimo un lontano ricordo della conoscenza universale nella scala evolutiva globale, dimostrerebbe che la #paleoarcheologia o #paleoufologia ha un senso…

Dissertazioni psico-socio-mistico/spirituali sulla specie umana

Parto dal presupposto che nessun umano che abbia calcato questo pianeta abbia mai saputo realmente la veritá. Significa che una specie come la nostra possa essere un frutto di un “accidente” cosmico, cosí come presuppongo ne esistano altrettanti nel nostro universo; non posso accettare come teoria che abbiamo la consapevole potenza di creare universi o multiversi esistenziali ad hocne tanto meno che li creiamo con ogni sorta di malvagitá e ferocia diretta ed indiretta.Ció significa che molte argomentazioni che vengono proposte odiernamente, non sono altro che delle rivisitazioni e strumentalizzazioni di teologie, ideologie, e filosofie che hanno illuminato gl´albori della nostra civiltá. Quindi la base é sempre incentrata sul senso di colpa declinato in ogni qualsiasi direzione, ed é ossimoro nonché paradosso se lo si confronta con la presupponenza che noi siamo figli di un non ben specificato Dio Onnipotente.La nostra specie si é evoluta su di un pianeta dove, a parte qualche raro caso nel corso della storia, non ha avuto influenze esterne di altre speci, quindi ha costruito al suo interno una sua stessa evoluzione che col corso dei millenni si é fissata nel dna procreativo.Nell´insieme psico-socio-spirituale della nostra specie ribadisco che asserire di conoscere ed avere la presupponenza di agire egoicamente come Dei é un´idea altamente bislacca, che fonda a sua volta le radici nelle mitologie teologiche di antiche religioni (compresa la nostra) ove scritture a noi incomprensibili, poiché redatte per la comprensione dell´epoca, sono fonte di traduzioni ed interpretazioni e strumentalizzazioni ad personam secund cunfurma.Dello scibile umano si puó dire altrettanto, grazie ad una non bene specificato progresso tecnologico nella scala evolutiva della nostra specie, avvenuto in tempi brevissimi e vicinissimi a noi, abbiamo in pochi decenni spazzato via tutte le presupposizioni di conoscenza fino a qui acquisite, passando in meno di cent´anni da 4000 anni di carri con ruote trainati da muli ad auto a guida autonoma!
Riassumendo l´insieme di questo cappello risulta razionalmente impossibile da interiorizzare che noi siamo capaci di gestire consciamente od inconsciamente universi esistenziali, poiché noi, non abbiamo fatto altro che adattarci e copiare la catena alimentare e comportamentale presente sul nostro pianeta.
Sicuramente esiste il fatto inconfutabile che noi, oltre ad essere collegati, abbiamo capacitá che vanno oltre a quelle normalmente accettate dalla cieca ed ottusa scienza ufficiale ed opinione pubblica e, probabilmente qualcuno é riuscito ad arrivare a comprendere “qualcosa” delle leggi universali che dirigono il nostro universo e conseguentemente la sopravvivenza della nostra specie.
Per arrivare a comprendere qualcosa, soprattutto ora nella condizione umana dovuta alla nostra antichissima architettura sociale bestiale, bisognerebbe a mio avviso togliersi dalla vita civile di questo mondo ed attraverso tutta una serie di percorsi meditativi interiori, si potrebbe arrivare almeno ad una illuminazione.
Tornando al senso di colpa personalmente non lo sento e lo rigetto con tutto me stesso; io sono colpevole solo delle azioni da me prodotte che hanno causato sofferenza altrui. Le sofferenze prodotte da altri a me, sono un problema di gestione loro; perdonare é un atto di amore, solo ed esclusivamente quando vi é un sentito e dimostrato pentimento seguito da azione riparatrice con gli strumenti di cui il colpevole ha a disposizione. Altro non esiste, che ciascuno si assuma le proprie responsabilitá!
Concludendo l´aspetto Divino di molte teologie presenti, le quali fondamentalmente sono un copia ed incolla garantito, dissento, come nel caso della nostra, ad esempio di questa attesa liberatrice, che in veritá non arriva mai, nonostante la specie umana sono millenni che vive nelle barbarie piú assolute. Non é altro che un´altra illusione nella speranza al pari del senso di colpa, i quali generano nell´animo umano false aspettative ed alta ignoranza fine al potere per soggiogare e schiavizzare.
Gl´aspetti psicologici delle inter-relazioni umane, sono il chiaro risultato di un´ignoranza di fondo spaventosa, derivata dalle cause e concause di cui sopra,che oggi dopo millenni, sono divenute distopiche, poiché le proiezioni e dinamismi/meccanismi personali, oramai sono irrimediabilmente compromessi ed inestricabili. 
Fondamentalmente la specie umana vive in un grande condominio chiamato Terra……..
Termino asserendo che se veramente esiste un Dio, dovrá chiedermi perdono…..

A mia madre; ti rimembro cosí, cara Bestia di Satana! (Questo grazie alle testimonianze dirette ed indirette nel corso degl´anni di coloro che ebbero a che fare con te)

Storia:

figlia di una pecorara Greca e di un mozzo del Salernitano, crebbe, insieme alla sorella sua pari, nella nuova borghesia in quel dell´Alessandria d´Egitto del I dopoguerra, grazie ai sacrifici dei loro genitori che trovarono riscatto sociale ed economico nell´allora operoso Egitto.
Trasferiti in Italia dopo gl´anni ´50, visse di espedienti in varie cittá spesso con la truffa ed il millantato credito, non disdegnando la prostituzione.
Grazie ad un´ennesima truffa ai danni di un piccolo imprenditore locale, costruí un´azienda di ascensori assieme al socio affettivo sposato con altra donna, contorniandosi di impiegati ed operai facilmente strumentalizzabili poiché altamente mediocri ed incapaci, ma dove poteva esercitare egoicamente le sue spropositate e malvagie manie di grandezza.
Sempre con la truffa non esitó a far fallire la florida azienda di famiglia, da me guidata dopo la prima crisi fallimentare di fine anni novanta, pur di distruggere la famiglia e le famiglie dei soci che non accondiscendevano ai turpi giochi truffaldini e corrotti spesso di stampo mafioso, utilizzando ogni strumento sociale, economico e familiare per esercitare un potere ricattatore e vessativo senza alcun tipo di scrupolo
Scappó codardamente lasciando la famiglia sul lastrico e senza piú nulla e nessuno sa dove sia.

Anamnesi:

narcisista dal potere egoico smisurato, anaffettiva, bipolare, mitomane, manipolatrice (ricatto morale ed affettivo), abile nell´indurre la Sindrome di Stockholm alle sue prede, psicopatica, senza scrupoli del giudice interiore, macchiavellica, sadica, esercizio distopico dell´autoritá, affetta da Sindrome di Muenchausen per procura in disforia premestruale in Sindrome da Manipolazione relazionale parentale.

Rapporto madre-figlio

si evince dalle innumerevoli interviste e dai miei ricordi che costei fin dalla tenera etá, si comportó impersonando l´archetipo della madre negativa e divoratrice conducendo all´estremo giochi ambigui inter-relazionali basati sull´efferato ricatto morale senza remore di sorta; essendo io cagionevole di salute, negó i farmaci salvavita per gl´asmatici, alimentó il figlio con diete che producevano attacchi allergici ed asmatici notturni di fortissima entitá, e pur di far attestare le mie malattie, soprattutto una improbabile incapacitá psicologica, non esitava a sottopormi a migliaia di visite mediche ed a farmi cambiare scuole, ove lei non trovasse qualcuno complice delle sue devastazioni mentali disposto a seguire i suoi deliri.

Ahimé soggiogó ed ingurgitó nella sua mente diabolica e malvagia, non solo i componenti della mia famiglia, miei figli compresi, ma con l´aiuto di forti “donazioni”, anche le mie amicizie vecchie e nuove, tutto il sociale ed istituzionale che ruotava attorno alla nostra famiglia ed alla nostra azienda, pur di delegittimarmi ed irretirmi.
Conclusione:sopravvivere ad una Bestia di Satana di simili proporzioni non é stata propriamente una passeggiata, ma mi sono liberato dalle catene delle tirannie mentali di una madre che non si puó definire malata, ma semplicemente un animale ferocemente malvagio.

Libertá che mi sono costate un notevole patrimonio economico e finanziario, ma é un prezzo che ho pagato volentieri pur ´di liberarmi. 

Le uniche cose che mi danno fastidio del mio stato di povertá é l´avere a che fare con un sub-strato sub-umano istituzionale tipicamente Italiano e dovermi confrontare con strati sociali poveri di qualsiasi intellettualitá e privi della conoscenza delle bellezze; 

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