10 Febbraio: Giorno del Ricordo di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli Istriani, Fiumani e Dalmati.
Ricordi e testimonianze di Giovanni Tedeschi Fonte Milano Policroma
I partigiani comunisti del Maresciallo Tito, cavevano infoibato, tra il settembre 1943 ed il maggio 1945, diverse decine di migliaia di Istriani, colpevoli solo di essere Italiani.
Il Maresciallo Tito aveva disposto una decisa pulizia etnica ed i nostri governanti, già all’epoca dei “signor Tentenna” avevano accettato tutto senza la minima reazione.
Qualora non sappiate cosa si intende con i termini “foiba” ed “infoibare” ve lo chiarisco subito io: l’Istria è cosparsa da centinaia di profonde cavità che si aprono sulla sua superficie e che sprofondano nelle viscere della terra per centinaia di metri, ognuna con una diversa configurazione, ma tutte con pareti di roccia irregolare.
I comunisti di Tito portavano sui bordi di queste cavità gruppi di Italiani legati fra di loro con del filo di ferro, sparavano al primo della fila che cadendo nella foiba trascinava con sé tutti gli altri ancora vivi.
Questo era il metodo principalmente adottato, ma ve n’erano di ben più atroci, come quello di evirare le vittime, vive ficcare nelle loro bocche il ricavato e poi spingerli vivi nella foiba. Di un fatt, che ho sentito raccontare negli anni da un testimone oculare, voglio riferire: a Parenzo, cittadina della costa, erano stati arrestati, in maniera subdola, una trentina di persone, tra i quali tre o quattro membri della famiglia Vergottini, proprietari terrieri. Nel momento in cui il gruppo, legato con il classico fil di ferro, stava per essere buttato nella foiba, era quella di vines per la precisione, un Vergottini era riuscito ada agganciare con le gambe il capo titino e lo aveva trascinato con sé nella caduta.
Uomini, donne, anche incinte, ragazze e giovanetti fecero quella fine.
Fortunatamente per me, che da Milano, per salvarmi dai bombardamenti, ero stato portasto in Istira dai miei zii, mia madre venne a riprendermi nel marzo del 43. Fossi rimasto là per altri sei mesi sarei finito anch’io in una foiba in quanto Italiano con madre e padre Istriani.
Dopo il maggio del 45, con quel clima che si era creato e con le minacce sempre in atto di continuare il “rito” delle foibe, iniziarono le fughe dal territorio in mano ai comunisti di Tito, rappresentato da quasi tutto il territorio istriano.
Ho scritto “fughe” perché la frontiera con il Territorio Libero di Trieste, definito libero ma in mano agli alleati, era strettamente sorvegliata e non era permesso l’espatrio.
I primi fuggiaschi erano coloro che, stanchi per le angherie già subite, minacciati dai caporioni rossi, con mesi di dura miseria patita e soprattutto dal metodo comunista applicato al lavoro, che prevedeva, naturalmente l’esproprio di ogni terreno privato ed il raduno, il mattino prestissimo, al suono delle campane, e, seguendo gli ordini del commissario politico, si andava a lavorare su terreni di volta in volta indicati dallo stesso.
Fuggivano dalle coste di notte, con barche a remi e vogavano sino ad arrivare alle coste italiane, per un’intera notte e più, con tutte le condizioni atmosferiche.
Io avevo a Fontane sei sorelle di mia mamma, ciascuna con la sua prole, quindi un bel numero tra cugini e cugine.
Mia mamma con mio padre era arrivata a Milano nel 1927 e, dopo un duro lavoro come operaia alla Brown-Boveri, all’Isola di Milano, era riuscita nel 1940 ad acquistare un negozio di latteria in via Dal Verme 2.
Quando iniziarono le fughe dall’Istria, i primi miei cugini arrivati a Milano si rivolsero subito alla zia Albina, mia mamma, e da lei ebbero tutti, i primi aiuti, i primi pasti, il primo letto.
Il comune di Milano, così come Torino ed il resto dell’Italia, non ne voleva sapere di questi che arrivavano dall’Istria. L’Unità, organo del Partito Comunista Italiano, nella persona del compagno Togliatti, operava una campagna contro questi fuggiaschi. Secondo i comunisti nostrani, i trinariciuti come li definiva Giovannino Guareschi, chi fuggiva dal comunismo di Tito era semplicemente un fascista, quindi da combattere, non certo da aiutare ed accogliere.
Intanto le trattative di pace proseguivano ed i nostri governanti che avrebbero dovuto difendere i nostri interessi tennero la coda in mezzo alle gambe ed alla fine il compagno Tito si vide padrone dell’Istria ed addirittura di Gorizia.
Dall’Istria e dalla Dalmazia, abbandonando ogni loro bene, case, terreni, barche, ogni cosa, tutto immediatamente nazionalizzati dai comunisti di tito, arrivarono in Italia 350.000 profughi.
A Venezia non li fecero neppure sbarcare. I comunisti veneziani non li accettarono: vecchi, donne, bambini, vennero respinti già dalla riva. Alla stazione di Bologna un convoglio carico di questi miserabili avrebbe dovuto sostare per ricevere qualche aiuto dalla Croce Rossa , senonché i comunisti bolognesi minacciarono uno sciopero ad hoc delle maestranze e rovesciarono i contenitori di acqua e latte preparati per gli esuli : il treno di questi fascisti in fuga dal compagno Tito non poteva sostare là.
Per accogliere i profughi a Milano vennero messe a disposizione la caserma Fratelli Bergamaschi in piazza Lega Lombarda e le scuole di via Palmieri, quella di viale Bodio e qualla di via Veglia, così, lì concentrati, era possibile un controllo di tutti.
Le famiglie di Istriani nelle aule e nei corridoi: sei famiglie per aula, una coperta autarchica a testa per arrotolarcisi dentro per dormire, oppure appenderla a dei fili di ferro stesa fra le pareti per un minimo di privacy.
Un piatto di riso con piselli era quello che passava la mensa. Nessun altro aiuto. L’Arcivescovado di piazza Fontana dava loro, ma occorreva arrivare sin là, qualche biglietto per il tram.
Fortunatamente in quegli inverni a Milano nevicò molto e tutti gli uomini sfollati andarono a fare gli spala neve., io ho visto i miei cugini arrivare sfiniti dalla zia Albina, mia madre, per un piatto di minestra calda, senza guanti e con le scarpacce fradice.
I lavori offerti non andavano oltre a quello di lavapiatti nelle trattorie o nei ristoranti del centro.
Tre miei cugini divennero lavapiatti da Tantalo, un ristorante di via Torino.
Poi iniziarono le richieste da terre lontane che abbisognavano di mano d’opera, o pure semplicemente di persone che le popolassero, e fu così che i più finirono in Australia e Canada.
Io che ho scritto per anni sulla rivista di Trieste, che viene distribuita in tutto il mondo ai profughi Istriani, ormai alla seconda e terza generazione, intrattengo dei cordiali rapporti con tutti loro.
Erano persone volonterose, piene di vita e voglia di lavorare, tutti si sono creati delle ottime posizioni nel mondo. Un cugino è addirittura arrivato dal Canada, sbarcato in Portogallo con la famiglia ed un macchinone americano, ha visitato l’Europa ed è venuto a trovare la zia Albina, quando era ancora in vita, poi ha proseguito il suo viaggio sino in Istria, qui il figlio si è scelto la più bella del paese, l’ha sposata e portata con sé in Canada.
Altri qui a Milano erano stati assunti da ditte che lavoravano per il settore orologiero svizzero. Nel corso degli anni hanno fondato ed aperto delle società che sono diventate importanti nei loro rispettivi campi.
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