Sappiamo che le vacanze sono per lo più intellettualmente moleste; ché non sarebbe gran danno, non fosse che sono chiassose, afose, ciarliere, euforiche, prodighe; così che, anno dopo anno, vanno assumendo l’aspetto di un disturbo mentale di massa. La scelta fondamentale sarà dunque se lasciarsi contagiare da questa demenza di massa, o tenersi sul sicuro. Chi si voglia tenere sul sicuro si chiuderà in casa, meglio se in una unica stanza, con scuri abbassati, catenaccio alle porte, telefono staccato, camminar solo di pantofole, strascicato e morbido, parlare seco o con incarogniti complici a voce bassissima, meglio se per allusioni e strizzar d’occhi. Se si osserverà che questo contegno rappresenta i sintomi della depressione, non negherò; ma si tratta della demenza opposta, e dunque la più protetta e lontana dalla demenza vacanziale.
Essendo la vacanza un momento patologico, la scelta è tra la demenza gestita collettivamente, e la demenza privata, una cosetta che uno si fa da sé, magari con l’ausilio di semplici e amichevoli volumetti di psichiatria. Oltre tutto, nessuno vieta che il demente in proprio legga libri, purché ne sfogli le pagine con castissimo e dimesso fruscio; ma non giornali, che in quel tempo sono sempre euforici di annegamenti e disgrazie in montagna. E poi è impossibile sfogliare un giornale senza frastuono, e in tal modo si rientrerebbe nelle vacanze del contagio di massa. Mai più.
Giorgio Manganelli, Improvvisi per macchina da scrivere
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