Lettera ad un padre sconosciuto
(in ricordo di Giuseppe Giberti)
Sai oggi ho fatto dire una messa in tuo suffragio, da quelle poche frammentarie notizie che ho di te dovresti essere deceduto a causa di cancro più o meno alla mia età. Spero solo che le mie umili preghiere possano servire alla tua anima ovunque tu ti trovi.
Sono venuto a trovarti al Cimitero qualche decina d’anni fa, quando la turbolenza della vita cominciava a scemare e ci si pone delle domande esistenziali, e ti trovai. Ricordo che mi accovacciai sulla tua tomba ed all’improvviso spirò una brezza gelida che mi avvolse; sai da allora il vento è divenuto il tuo abbraccio, lo amo, lo bramo, ed ogni volta che spira mi inebrio di tutto ciò che porta alla mia anima.
Non so chi tu sia stato ma poco importa, ma conoscendo profondamente le umane miserie e le storie di ordinaria follia domestica familiare, posso semplicemte trarre autonomamente le mie conclusioni, soprattutto conoscendo i deliri da pochezza e profonda ignoranza d’animo della mia famiglia.
Della mia vita terrena che raccontarti se non che l’ho attraversata a testa alta e fieramente, ho avuto da piccino mentori d’eccezione che m’hanno schiuso le porte della profonda conoscenza delle arti e mestieri, e fin da piccolo ho vissuto in ogni dove qui e nel mondo.
Non ti preoccupare ho sempre difeso il nocciolo interiore del mio essere, non è stato neppure scalfitto minimamente, nonostante le pene dell’inferno con questi umani.
Pensa da piccino litigai con Dio nella mia solitaria intimità umana, per un bicchier d’acqua che la Madonna mi negò poichè ebbi paura di attraversare il corridoio del collegio al buio, e da allora abbandonai la mia Fede; non potrai crederci, proprio quel Dio che maledii per tutta la mia vita, mi ha accolto nella Sua Casa.
Ho avuto tre figli meravigliosi da due amori; ora son grandi e giustamente hanno la loro vita, ciascuno a modo loro, come è giusto che sia, talvolta li sento e ci messaggiamo quotidianamente, sono l’unica vera ragione della mia esistenza terrena.
Ne ho fatte di cotte e di crude, ma ho avuto una vita che pochissimi possono vantare di aver avuto, nel bene e nel male, e non rinnego nulla, anche se qualcosa me la sarei risparmiata e, talvolta, credimi sulla parola mi sento persino un mistero per me stesso.
Non ti preoccupare per me, Padre mio, non ho timore di nulla e la vita l’ho addomesticata a me, anche se il Grande Capo credo si diverta infinitamente a mettermi alla prova continuamente ed incessantemente, ma non mollo, non demordo, non mi arrendo mai, mi spezzo ma non mi piego al volere del mondo ottuso, ma mi manca infinitamente un tuo abbraccio, la tua presenza, il tuo amore.
Ti voglio bene infinitamente, Padre mio.
Tuo figlio
Romano
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