Povera Italia, siamo giunti ad un punto di non ritorno. Noi culla della Civilta´, dell´arte e della cultura, ridotti ad esseri miseri ed insignificanti in mano a petulanti ignoranti politici e ben pensanti, che han trasformato le masse in ebeti bimbi-minchia

http://www.corriere.it/cronache/14_aprile_18/archeologo-americano-pompei-transenne-cantieri-che-peccato-6d95d0b0-c6bb-11e3-ae19-53037290b089.shtml

L’archeologo  italo americano Darius Arya visita gli scavi di Pompei  (Controluce/Hermann) L’archeologo italo americano Darius Arya visita gli scavi di Pompei (Controluce/Hermann)
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NAPOLI – Un americano a Pompei. Un archeologo del Texas, Darius Arya. Lo abbiamo portato a spasso per le rovine più belle del mondo che lui conosce piuttosto bene – sono quindici anni che Darius vive a Roma – e che ha visitato pure insieme con molti suoi colleghi, Steven Ellis fra questi, l’archeologo di Cincinnati che lo scorso gennaio ci ha lasciati tutti un po’ a bocca aperta con la sua scoperta surreale: a Pompei si mangiavano giraffe e fenicotteri. Ellis e il suo gruppo di ricercatori hanno scavato dieci anni attorno alla Porta di Stabia, zona di ristoranti dell’antica Pompei, per scovare questi inconsueti frammenti di cibo, mineralizzati. Darius sorride. Sorriderà per tutta la nostra visita questo archeologo con il look da divo, con quell’ottimismo tutto americano che davanti ad un crollo, ad una barriera, ad una porta inequivocabilmente sbarrata decreta, serafico: «È una messa in sicurezza necessaria, l’inizio di un restauro. Certamente una nuova vita di Pompei». Anche se basta entrare dentro le rovine per vedere incrinata questa certezza. Non dall’ingresso principale.
Ingresso Anfiteatro. Darius spalanca gli occhioni color nocciola: «È l’anfiteatro più vecchio del mondo, uno spettacolo dell’archeologia. Straordinario». Parla e scatta a ripetizione selfie pieni di sole, il nostro archeologo del Texas. Ad un certo punto, però, è costretto ad annotare: «Da qualche anno non si può più salire sopra per vedere l’anfiteatro dall’alto. Tutti gli ingressi sono chiusi. Sbarrati. That’s a pity».
That’s a pity: la sintesi anglosassone è perfetta per lo stato di conservazione di questi scavi. Darius lo ripete, come un mantra. «È un peccato» che via dell’Abbondanza sia transennata. Un peccato che arrivati su via di Nocera si trovino tutti gli edifici chiusi. Un peccato che la domus dei Casti Amanti sia prigioniera dei lavori da non si sa più quanti anni ormai. Un peccato: suona come un drammatico eufemismo. E la Schola Armatorum? Davanti alla Schola Armatorum (Domus dei Gladiatori) anche l’ottimismo di Darius ha un serio tentennamento. Era il 6 novembre 2010 quando insieme a tutta la struttura della Domus dei Gladiatori venne giù anche la credibilità del nostro Paese. Lo sfracello di quelle rovine fece il giro del mondo. Divenne un simbolo della nostra decadenza.

«Sono passati tre anni e mezzo e parecchi governi, ma qui nei cantieri della Schola sembra essere ancora tutto così», dice Darius e questo è un selfie che non si scatta, nessuna voglia di postarlo sul suo account di twitter. Per questo adesso chiede di andare alle Terme Stabiane, il più in fretta possibile. E li dentro gli torna il sorriso. «Lo sapevo, lo sapevo che avevano riaperto le Terme. Guardate che meraviglia. L’apopiterio è originale e con gli stucchi intatti». Apopiterio: impariamo un termine nuovo. È lo spogliatoio, detto in termini volgari. Darius si aggira fra le Terme incantato, con la stessa beatitudine che lo porta ad andare a spasso per i sentieri attorno al Foro: «Ah, finalmente. Da qualche anno il foro non è più diviso a metà, è tutto intero, fantastico». Pragmatico, il nostro archeologo del Texas ci spiega: «Quando uno paga il biglietto per entrare a Pompei ci sono alcune cose fondamentali che pretende di vedere per poter uscire soddisfatto». Alcune le abbiamo già viste, noi: l’Anfiteatro, il Foro, le Terme Stabiane. Ma la lista continua: «Cave canem…».
Già, il famoso mosaico Cave Canem, attenti al cane, celebrato nei libri di scuola, immortalato in tutte le guide turistiche. Corriamo alla Domus del Poeta Tragico, lì dove è custodito il mosaico. Inutilmente: ci sono i lucchetti. Darius legge il cartello che descrive i lavori: «È un intervento lampo. È cominciato il 31 marzo e finirà il 29 giugno. Voglio tornare a giugno per vedere il mosaico restaurato, sarà bellissimo». Torneremo anche noi a a scoprire gli esiti del restauro del mosaico Cave Canem, forse meno fiduciosi. E mentre raggiungiamo l’ultima tappa desiderata dal nostro archeologo dribbliamo i tanti (troppi) cani che si aggirano fra le rovine. Dall’antico al moderno i tempi sono rimasti intatti: cave canem. L’attuale Pompei è disseminata di cartelli che invitano i turisti a non dare confidenza a questi cani.
«Eccolo, non delude mai! Sempre aperto, sempre restaurato, sempre di grande attrazione». Il sorriso di Darius adesso è diventata una risata argentina: per entrare dentro il Lupanare di Pompei la fila è lunga e anche lenta. Quando si entra dentro il Lupanare non si vorrebbe uscire mai. Glielo aveva raccontato che era ancora bambino, la sua mamma. «Ci era venuta negli anni Cinquanta mia madre a vedere il Lupanare, ma non l’avevano fatta entrare. Troppe immagini pornografiche, alle donne all’epoca non veniva concesso l’ingresso al bordello della città antica. Meravigliosa, straordinaria Pompei».
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CONTRIBUTI 17

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AIATTA18 aprile 2014 | 23:49

Grazie Darius.
archeo_18 aprile 2014 | 22:19

bisogna che un americano arrivi in Italia per farci riflettere del tesoro che abbiamo intorno a noi? Lo trovo davvero ridicolo…ma ahimé è proprio cosi, noi italiani sembriamo un popolo di anestetizzati! Vivo da tre anni in Texas e non passa giorno in cui mi vengano fatti complimenti per il nostro bel paese, per la nostra cultura artistica- letteraria e insomma per tutto quello di cui noi italiani non sappiamo che farcene!
2

Lettore_1001393518 aprile 2014 | 19:06

Gentile signora Arachi, visto che dobbiamo imparare una parola nuova, impariamola giusta: apoditerio, dal greco apo-dyo, ‘spogliarsi’ (è il contrario di en-dyo, ‘indossare’, che presenta la stessa radice di ‘indumento’).
9

Lettore_157624918 aprile 2014 | 16:20

E poi il Codacons ha fatto di tutto per impedire a Della Valle di restaurare il Colosseo! Invece di ringraziare. Ma no, perché ne avrebbe tratto un vantaggio pubblicitario. Doveva farlo in perfetto anonimato, eccheddiamine! Questa è la terra dei bastoni fra le ruote e degli impedimenti di tutti i generi. Da quello giudiziario a quello violento. Dopodiché ci scandalizziamo se il mondo è andato avanti e noi siamo rimasti qui a disquisire sul nulla.
3

XOXO18 aprile 2014 | 16:00

Da Texano ormai da piu’ di 15 anni non posso che confermare. I sentimenti di quest’uomo. Gli americani hanno una VENERAZIONE per l’italia e la sua cultura. Piano piano sta anche affiorando la consapevolezza che gli italiani non sanno gestirla con il rispetto che le e’ dovuto. Ieri sono stato nel ristorante numero uno in Dallas, LUCIA, ristorante italiano, TRE MESI di lista d’attesa per un tavolo. GESTITO DA UNA COPPIA DI SIMPATICI TEXANI . Il marito aveva imparato a fare i salumi e il pane. Ci hanno spennato come tacchini ma la qualita’ del cibo era paragonabile a quella italiana. Meditate gente meditate.
6

Lettore_905900618 aprile 2014 | 15:39

Se tutti gli italiani provassero anche solo 1/5 dell’ amore che prova questo archeologo per i beni culturali che ci sono nel NOSTRO paese, se solo fossero un pò interessati alla storia che ha preceduto questa penisola invece che pensare esclusivamente agli smartphone, l’ Italia sarebbe uno splendore…
Scottisun18 aprile 2014 | 15:36

Grazie Bondi
Lettore_871241518 aprile 2014 | 15:21

quindi meglio non parlarne e dare spazio ad inutili articoli di gossip o sulla solita politica?
2

Lettore_835987918 aprile 2014 | 15:07

non mi interessa se l’articolo cita un americano, un finlandese o un giapponese. Mi ha fatto pensare il fatto che dopo questo articolo ho trovato 1 commento, mentre dopo quello della Fico ne ho visti (non letti) decine. Detto ciò, la mia non è una battaglia, perchè le battaglie di questo tipo dovrebbero farle la politica e l ‘istruzione. E’ una triste constatazione.
3

HiLucas18 aprile 2014 | 14:55

Dobbiamo superare la fase di ottusa indifferenza per il nostro patrimonio culturale e considerarlo allo stesso modo di come gli arabi considerano il petrolio. Ovvero la nostra maggiore ricchezza, non clonabile né sottraibile, esclusiva del territorio italiano. Bisogna passare dal motto di Tremonti “con la cultura non si mangia” a quello di un’Italia che se vuole crescere deve pensare che l’Italia è “un Paese che si regge sulla cultura”
2

Lettore_571507318 aprile 2014 | 13:57

Franceschini se ci sei batti un colpo.Sappiamo tutti come girano le cose da quelle parti,ma il Ministro e’ stato nominato (e ben pagato) x trovare soluzioni,troppi facile dire che non ha la bacchetta magica.Oppure meglio chiudere gli occhi e far finta che è’ solo questione di soldi.NOI ITALIANI SIA O STUFI DI QUESTO ANDAZZO!
2

Lettore_951740918 aprile 2014 | 13:57

Che infinita tristezza.
pepiprisco18 aprile 2014 | 13:17

Ma Bondi rispetto a Franceschini risulta certamente un gigante
1

Mattia7618 aprile 2014 | 12:35

“Il Corriere della Sera è pieno di commenti sciocchi, rabbiosi, arroganti, fuori luogo su qualsiasi argomento”: be, mi sembra che il suo post abbia tutte queste caratteristiche ! L’articolo è interessante, ma non dice nulla di nuovo.
1

man18 aprile 2014 | 11:48

La tua è una battaglia persa in partenza. Eppure è strano perché quando c’e’ un anglosassone di mezzo c’e’ sempre la fila di fan che improvvisamente si ricorda di cose che dovrebbe già sapere.

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Published by Romano De Leo

introvert, nonconformist, asocial, solitary, medium-high culture, I hate hypocrisy and bigotry, lover of classical and baroque music. Bach über alles!

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