Viaggio di un Volontario
erano trascorsi pochi giorni da quel terribile messaggio ricevuto in piena notte da una mia amica de L’Aquila, nel quale sinteticamente nella freddezza di tale tipo di comunicazioni, recitava “terremoto, abbiamo perso tutto, tutto distrutto”, che squillò il mio cellulare. Risposi, anche se riottoso quando leggo numeri a me non noti, ma ero incuriosito, la telefonata arrivava da Roma. Subito dopo il terribile messaggio mi ero subito messo in moto, inviando per e-mail la mia disponibilità ed il mio curriculum ai Ministeri Competenti ed ad un Partito che si era fatto paladino e tramite in questa tragedia, ma mai mi sarei atteso d’essere chiamato. Una voce femminile mi convocava da li a pochi giorni alla Guardia di Finanza di Coppito, per un periodi di una settimana, come volontario con la qualifica di aiuto generale. Risposi si certamente sobbalzando; mi metteva leggera ansia e titubanza, pensavo alla mia preparazione e mi chiedevo se sarei mai stato all’altezza di un simile incarico. Si, avevo ricevuto una preparazione non indifferente ed avevo anni di pratica in Protezione Civile e spesso nella mia vita, mi ero trovato ad affrontare situazioni d’emergenza ed avevo un bagaglio culturale ed umano di spessore, ma percepivo tutto come una “cosa” più grande di me.
Non sapevo ancora che quella settimana si sarebbe trasformata in una permanenza di quattro mesi filati a L’Aquila.
Giunsi alla Stazione Ferroviaria di Milano Centrale, che sembravo più un profugo che un volontario, con la mia valigia gialla ed il mio zaino. Salii sul treno per Pescara con quella sensazione tipica di quando ti senti che la vita ti sta preparando una sfida, dalla quale non potrai esimiarti dal vivere con tutto te stesso comunque vada.
Mi era sempre piaciuto viaggiare, osservare il mondo dal finestrino, era la mia televisione, mi faceva tornare con la mente a quando ero bimbo che mi affascinavo alle letture di Verne, Salgari, Kipling, London e rappresentavo nella mia immaginazione proiettandole in prima persona, sui paesaggi che mi scorrevano veloci davanti ai miei occhi del pigro e monotono paesaggio della Val Padana.
Mentre ero in viaggio per lo stivale perso nei miei pensieri grevi, mi assalivano tutti i dubbi so ciò che avrei trovato e dovuto affrontare, e comparavo mentalmente le varie situazioni di pericolo ripassando le procedure da adottare, ed intanto pensavo a come avrei reagito davanti alla sofferenza delle persone davanti ad una calamità di tale portata. Ne avevo visto e vissute troppe, ed anche se mi ero oramai assuefatto al dolore e sofferenza, c’era qualcosa che mi attanagliava, percepivo che c’era “qualcosa” che mi attendeva e che mi avrebbe messo duramente alla prova. Sinceramente ripensavo al fatto inoltre che non ero proprio un giovanotto, 47 anni suonati, e che le tragedie familiari e finanziarie che mi avevano colpito, mi avevano indebolito e non volevo che questo costituisse pregiudizievole quando mi sarei trovato davanti al dolore delle persone. Dovevo vestirmi d’integrità ed energia positiva, dovevo tirar fuori il mio carattere forte ed energico, la mia assoluta calma nell’affrontare le situazioni più disparate, la mia empatia e perché no il mio lato istrionico e leggermente folle.
Nel frattempo giunsi a Pescara e mi attardai al binario della coincidenza per L’Aquila, respirando quell’aria così diversa dalla mia Milano, e pensando che ad un centinaio di chilometri da dov’ero si erano scatenate le forze della natura. Scambiai qualche parola con un altro viaggiatore in attesa sulla banchina, di chissà quale altro treno per quale altra destinazione, menzionando la Città de L’Aquila; fui subito avvicinato da tre Agenti della Polizia, i quali avendo sentito il nome L’Aquila, ed avendo soppesato la mia persona, si allarmarono; insomma sono un uomo imponente che con i suoi capelli lunghi ed accenno di barba, si fa presto, nell’immaginario collettivo, a scambiare per un sovversivo. Spiegai loro che non ero un sovversivo ma un semplice volontario e mostrai loro l’invito del Ministero a L’Aquila. Si scusarono gentilmente, con cortesia tipica della semplicità di giudizio di uomini lontani anni luci dal fermento poliedrico delle grandi metropoli tentacolari, accomiatandosi calorosamente.
Salii sul treno per L’Aquila e di colpo fui proiettato in atmosfere lontanissime di storie e passati che solo le atmosfere dell’Appennino Centrale potevano donare al viaggiatore in sospensione atemporale. Era un vecchio treno composto da due vagoni alimentato a gasolio, che fatti quattro calcoli “spannometrici” risaliva agl’anni della mia nascita se non prima. L’odore acre del legno del suo arredamento misto alla puzza terribile delle nuvole della combustione del motore che entrava dai finestrini, mi ricordava l’odore dei treni e degl’autobus che prendevo da piccino per andare a scuola e che detestavo, poiché quegl’odori sgradevoli ti si appiccicavano addosso trasformandoti in un’arma chimica di distruzione di massa ad alto potenziale.
Il treno s’inerpicava per quelle gole e paesaggi lunari tipici dell’Abruzzo, con disinvoltura anche se il cambio di marcia del macchinista tra la seconda e la terza, aveva un che di sospensione mistica nel tempo; non so perchè lasciasse trascorrere diversi secondi tra il cambio delle due marcie del motore, ma la sensazione che traspariva di quell’intervallo tra le marcie, ti lasciava una sgradevole sensazione d’impossibilità. La sensazione di disagio e di timore t’assaliva soprattutto quando il treno era in galleria; ti veniva desiderio di scendere e spingerlo per dargli coraggio, pur di passare l’oscurità delle gallerie. Era sinistra quella pausa meccanica, mi ricordava le mie crisi asmatiche notturne da bambino, quegli spazi infiniti di nulla tra un respiro affannoso e l’altro.
Giungemmo nella Valle dell’Aterno, luogo di incomparabile bellezza naturalistica e paesaggistica intriso di storia e che emana nella sua essenza rude e brulla una forza spirituale e mistica percepibile con tutti i sensi a tua disposizione. Comincia a vedere dal finestrino del treno i primi danni causati dal terremoto e mi assali una commozione incontenibile, per fortuna ero solo nel vagone e quindi non dovevo mantenere un contegno adeguato alla mia funzione, e mi abbandonai alle mie sensazioni; piansi a frotte, le lacrime scendevano incontrollabili. Mi erano naturali pensieri sull’infinita piccolezza di questo stupido essere bipede definito umano di fronte all’indomabile potenza distruttiva e rigeneratrice della natura, che lo stolto umano arrogantemente pensa sempre di controllare e modificare, e facevo mio interiorizzandolo il pathos del dolore e della sofferenza che provavano quelle genti davanti a quel massacro. Umanamente nella mia infinita piccolezza pensavo nel mio essere ateo a Dio e rivolgevo a Lui con l’incoerenza tipica umanoide quando si è di fronte alla morte e distruzione, le mie invettive del perchè dobbiamo vivere nel naturale dolore e privazione. Fondamentalmente Lui non c’entra proprio nulla con l’umana sofferenza ma dovevo aggrapparmi a qualcosa, dare un senso a ciò che un senso non ha.
Man mano che ci avvicinavamo a L’Aquila la distruzione era ben visibile e quantificabile, mi venne una morsa allo stomaco che mi lascio impietrito davanti a quello spettacolo terrificante.
Mi rivestii immediatamente del vestito del volontario sfoderando un sorriso bonario e generoso scendendo dal treno ed abbracciando la mia amica che mi era venuta a prendere alla stazione per accompagnarmi alla Guardia di Finanza. I suoi racconti di disperazione, paura ed angoscia di madre che aveva perso tutto incorniciati in un paesaggio apocalittico di distruzione, mentre procedevamo a rilento per le strade Aquilane, se da un lato mi provocavano una profonda tristezza ed amarezza, dall’altro mi fornivano la motivazione per rendermi ancora più forte e disponibile con tutto me stesso a portare conforto e supporto. Conoscevo il dolore e la disperazione, l’avevo vissuta sulle mie spalle nella mia vita, sapevo come affrontarla.
Non me ne resi quasi conto che fui assorbito immediatamente dalla frenetica vita del volontario ed essendo un “giurassico” in mezzo a tanti giovani, mi presero un pò come un padre. Erano giovani per lo più locali, persone meravigliose e squisite; in particolare una studentessa mi si affezionò, e per tutta la durata della mia permanenza mi fece da Cicerone con grandissima competenza storica e culturale. Mi fece conoscere una Regione fin nei suoi luoghi più remoti e nascosti, di rara bellezza, tanto che nominai dentro di me l’Abruzzo, il paesaggio dell’essenza della mia anima.
Conobbi Cristo, non quel poveraccio nudo messo su di una croce in bella vista in Chiesa per l’adorazione dei suoi Fedeli che ammiri da lontano al quale affidi le tue umane pene come se Lui stesso non ne avesse avuto a sufficienza di uno dei più violenti e vigliacchi pubblici ludibri al quale fu sottoposto da questi umani; lo abbracciai, me lo misi sulle spalle e lo trascinai lentamente fuori dalla Chiesa diroccata, attento a non ferirlo tra le macerie, lo posi delicatamente sul selciato antistante la Chiesa, e cominciai a toccare, pulire ed imballare quelle nudità ferite e tradite…..
Seguirà…….
Romano De Leo
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