Riuscii lo stesso ad apprendere una cosa meravigliosa: il rispetto per così tanta sofferenza umana che emanavano quelle statue, quegli affreschi, quei quadri. L’esplicitazione della sofferenza era perfetta, l’accomunavo alla mia, ne apprezzavo la fattura, ne rivivevo nel mio interiore quei momenti d’angoscia terrena. Quella sofferenza che avvertivo onnipresente nei luoghi di culto, era meravigliosa, non mi sentivo più solo, m’imbevevo di quell’energia di milioni di persone che avevano transito in quei luoghi affidando ad un improbabile dio, allah, maometto, la propria angoscia, le proprie speranze di un se migliore, le aspettative di un mondo migliore, del perdono per un male che non esiste, la mancanza di un riferimento, la paura degli angoli oscuri della nostra mente, il timore di una vita che non conosciamo…. Il reverendo silenzio invitava a chiedersi il perché della nostra storia. Viaggiavo su questa distesa di sofferenza, cercando un confine, ma il mio viaggio era appena iniziato.
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