Il fissare le fronde di un albero mosse gentilmente e cautamente dalla brezza, lo scintillio della rugiada posata sulle foglie dei rami, la possenza di quella massa che si piegava umilmente al vento catalizzava la mia essenza, mi chiamava e non potevo far altro che dal quel banco grigio di quella classe, attraverso quella finestra sinistra, rispondere buttandomi con tutto me stesso in quel viaggio in quel connubio tra anima e natura. M’immedesimavo coscientemente, diligentemente con reverendo timore in quel rapporto sublime al punto di portare la mia provata mente ad uno stato di paradisiaco stato di grazia. L’intimità assoluta con me stesso era la mia stessa ragione di sopravvivenza.
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