Credo che sia stata l’esperienza mistica più struggente, da me vissuta, nel recarmi alla sua tomba.
Non mi ero mai immaginato nella mia vita il viso di mio padre, ed in qualche modo speravo profondamente che sulla sua tomba vi fosse una sua foto. Man mano che raggiungevo il Cimitero di Milano e m’avvicinavo sempre più, m’assalì una forte ansia, tanto che la gola mi si strinse facendo perfino fatica a deglutire, comincia a sudare da dover stringere con le mani il volante della mia auto con forza per non far scivolare le mani sullo stesso, il battito cardiaco volò così veloce che credevo di dover svenire da un momento all’altro.
Raggiunsi a fatica, in quelle condizioni, il parcheggio del Cimitero, che fato volle che fosse proprio dietro l’Ospedale Niguarda ove morì mio nonno; quando scesi dall’autovettura mi sembrò che gl’elementi alchemici metafisici del luogo e dell’aria danzassero in una perfetta armonia cullati da una decisa brezza. Come già spesso successe e continua ad accadere nella mia vita, m’accorsi che mi stavo connettendo col tutto, come quando si dorme profondamente ed il nostro subconscio danza nel brodo primordiale d’anime, proiettando nella nostra mente, immagini del nostro dolore e sofferenza e quanto di non risolto nel nostro percorso.
Mi sembrava di zoppicare e sbiascicare le parole tentando di chieder lumi su dove fosse posizionata la sua tomba . I percorsi dei cimiteri mi hanno sempre proiettato in me una grande pace interiore unita ad una sottile rabbia per la mia incomprensione all’ignoto destino, a quanto “qualcuno” possa concederci una vita più o meno lunga, quasi come se fosse un gioco perverso.
Quando m’accostai alla sua tomba avevo la mente piena di mille pensieri di mille speranze, mi sedetti sulla tomba ed osservai la sua immagine appollaiato su di un muretto, una posa da me molto utilizzata per comodità, rimasi inebetito perdendomi nel studiare quasi morbosamente i suoi lineamenti cercando un pezzo di me stesso.
Sentivo una vaga leggerezza dell’essere, complice un sole intenso autunnale ed un vento deciso ma delicato, m’accorsi d’essere finalmente abbracciato….non so quanto tempo rimasi li a godermi tutto per me quell’abbraccio, fu solo una sensazione di freddo a svegliarmi lentamente da un pianto liberatorio durato ore, sfiancato da quello sfogo e dal lento tramonto del sole……
Mi sentivo come in quei momenti di sospensione che trascorrevo da piccino perdendomi nell’osservare i mille riflessi delle foglie degl’alberi mossi dal vento o dall’allegro e giocoso riflesso dei pulviscoli di polvere agitati dalla luce solare che penetra attraverso i pertugi delle imposte esterne, disegnando lenti movimenti geometrici sui pavimenti e pareti…
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